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28 Novembre 2025

L’Impatto del PNRR sull’economia italiana: risultati, limiti e prospettive

L’Impatto del PNRR sull’economia italiana: risultati, limiti e prospettive

Con l’avvicinarsi del 2026, anno conclusivo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), è ormai possibile tracciare un primo bilancio del suo impatto sull’economia italiana. I dati mostrano con chiarezza un fatto fondamentale: senza il PNRR, la crescita del Paese sarebbe stata sensibilmente più debole.

Le analisi di Banca d’Italia sull’effetto espansivo della spesa pubblica in investimenti confermano che il PNRR abbia svolto un ruolo determinante nell’evitare che l’Italia scivolasse in una fase di stagnazione o, peggio ancora, in una recessione. Un ulteriore contributo positivo riguarda l’andamento del rapporto debito / PIL: proprio perché gli investimenti del PNRR sono stati in larga parte finanziati in deficit, la crescita generata ha permesso di contenere un aumento del debito che, tra il 2024 e il 2026, sarebbe stato più significativo in assenza del Piano.

Nonostante questi risultati, il PNRR non ha espresso completamente il proprio potenziale.

La sua struttura e alcune modalità di gestione hanno infatti finito per limitarne l’efficacia. Come riportato dal Sole 24 Ore, l’art. 10 dell’Accordo di Sottoscrizione del Piano imponeva allo Stato beneficiario l’obbligo di proseguire nel percorso di riduzione del deficit e di generazione di avanzi primari, pena la sospensione dei finanziamenti. In pratica, una clausola di austerità incorporata nel meccanismo stesso del PNRR.

Nel recente Documento programmatico di finanza pubblica 2025 emerge chiaramente la dimensione degli avanzi richiesti: dagli 11,7 miliardi previsti nel 2024 si arriva ai 20,35 miliardi nel 2025, fino a toccare 27,9 miliardi nel 2026 e 46,5 miliardi nel 2028. Obiettivi raggiungibili solo tramite aumento delle entrate o contrazione della spesa. Senza tale vincolo, il PNRR avrebbe potuto dispiegare effetti persino più rilevanti sul PIL e sulla riduzione del debito.

Un altro elemento che ha limitato l’impatto complessivo riguarda la lentezza nell’utilizzo delle risorse. Dei 194 miliardi complessivi, a settembre risultavano spesi 85,8 miliardi, mentre 108,2 miliardi restavano ancora da impiegare. Mantenendo il ritmo medio dei primi nove mesi dell’anno (2,4 miliardi al mese), entro il 2026 si arriverebbe a circa 121 miliardi complessivi, con un mancato utilizzo di circa 72 miliardi. In uno scenario più ottimistico, con una spesa mensile di 4 miliardi, il totale salirebbe a 146 miliardi, lasciando comunque inutilizzati circa 48 miliardi.

Cosa accadrà ai fondi non spesi? Alcune analisi indicano che circa 20 miliardi confluiranno nei nuovi strumenti finanziari introdotti con l’ultima revisione del Piano, e potranno quindi essere impiegati anche dopo il 2026. Inoltre, la Commissione europea ha autorizzato l’Italia a destinare alle politiche di coesione la parte “a debito” dei fondi non utilizzati.

Se dunque la maggior parte delle risorse verrà comunque utilizzata, resta evidente che una parte significativa lo sarà con ritardo. Le cause principali riguardano la mancanza di investimenti adeguati nel capitale umano della Pubblica Amministrazione. Anni di tagli alla spesa e alcune riforme non pienamente efficaci hanno ridotto la capacità di progettazione e gestione.

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