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21 Novembre 2025

Europa tra sostenibilità e semplificazione

Europa tra sostenibilità e semplificazione

Negli ultimi mesi l’Unione Europea sta discutendo come modificare alcune delle norme più importanti sulla sostenibilità ambientale e sociale che riguardano le imprese. Il pacchetto chiamato Omnibus, oggi al centro del confronto tra Parlamento, Consiglio e Commissione, potrebbe cambiare in modo significativo il modo in cui le aziende europee rendono conto del proprio impatto sul clima, sui diritti delle persone e sulle filiere produttive.

Il dibattito nasce da un’idea precisa: rendere le regole più semplici e meno onerose per le imprese. Ma una parte della società civile, dei media e del mondo ambientalista teme che dietro questa parola rassicurante – semplificazione – si nasconda in realtà un indebolimento delle tutele costruite negli ultimi anni.

La prima modifica riguarda le aziende obbligate a presentare il rapporto di sostenibilità previsto dalla CSRD. Il Parlamento europeo propone infatti soglie molto più alte rispetto alle norme attuali. In pratica, l’obbligo scatterebbe solo per imprese con almeno 1.750 dipendenti e un fatturato annuo di almeno 450 milioni di euro. È facile capire il risultato: molte grandi aziende resterebbero fuori, riducendo il numero di realtà tenute a spiegare cosa fanno per ridurre le emissioni, tutelare il lavoro o affrontare i rischi ambientali.

La logica è quella di alleggerire gli obblighi amministrativi per le imprese, soprattutto per chi sostiene che negli ultimi anni si sia creato un eccesso di burocrazia. Ma considerando che la trasparenza è uno degli strumenti principali per valutare la serietà delle politiche aziendali, la scelta solleva più di una perplessità.

Ancora più marcata sarebbe la limitazione sulla direttiva che riguarda la “due diligence”, cioè il controllo sulle filiere produttive per evitare violazioni dei diritti e danni ambientali. Il Parlamento propone che questa norma si applichi solo a imprese molto grandi: almeno 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato. Anche in questo caso la selezione diventerebbe molto ristretta.

Con una conseguenza chiara: la responsabilità delle aziende sui danni prodotti lungo la catena di fornitura verrebbe di fatto ridotta a pochi attori, anziché diventare un elemento diffuso del sistema economico.

Un altro elemento su cui gli Stati membri sembrano convergere riguarda la possibilità per persone o comunità danneggiate di fare causa alle imprese. Nella versione originaria della direttiva era prevista una cornice comune a livello europeo per permettere alle vittime di agire legalmente in modo uniforme in tutti i Paesi dell’Unione.

Questa impostazione rischia però di essere cancellata. Sarebbero i singoli Stati a decidere come gestire queste azioni legali, con il rischio di creare una geografia di diritti molto diversa da Stato a Stato. In altre parole, chi subisce un danno ambientale o sociale potrebbe essere tutelato in modo più debole a seconda del luogo in cui si trova.

Uno dei capitoli più delicati riguarda la definizione dei piani climatici aziendali. Le posizioni in campo non sono identiche. Commissione e Parlamento chiedono che questi piani siano coerenti con gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, cioè che le aziende delineino strategie reali e verificabili per contribuire alla riduzione globale delle emissioni.

Il Consiglio invece appare più prudente, e si accontenterebbe del fatto che le imprese dimostrino un contributo generico e meno vincolante. La differenza sembra solo linguistica, ma può trasformarsi in un cambiamento sostanziale: un conto è definire obiettivi misurabili e confrontabili a livello internazionale, un altro è lasciare libertà di interpretazione.

Il contesto politico pesa in modo evidente. Diversi osservatori hanno sottolineato come una parte consistente del Parlamento europeo abbia adottato una linea più favorevole alle istanze del mondo economico, meno orientata a rafforzare le norme climatiche e sociali. Si parla di un ritorno a un’Europa in cui la crescita competitiva torna ad avere una priorità superiore rispetto ai vincoli ambientali. Non si tratta di una semplice impressione giornalistica: molti voti recenti lo confermano.

Un esempio è la discussione sugli obiettivi climatici al 2040. Il Parlamento ha approvato un taglio delle emissioni del 90% rispetto ai livelli del 1990. Su carta sembra un traguardo molto impegnativo. Ma la decisione permette anche una quota di compensazioni, come progetti ambientali o crediti internazionali, che riducono l’impatto reale della riduzione da realizzare dentro i confini dell’Unione. Anche qui torna il dilemma tra realismo economico e coerenza climatica: obiettivi molto alti richiedono misure concrete, non solo annunci.

In parallelo si riducono gli obblighi di dettaglio dei report sulla sostenibilità. Le imprese potrebbero fornire informazioni meno articolate e non sarebbero più tenute a presentare una rendicontazione specifica per settore. Anche il dovere di richiedere dati ai fornitori più piccoli verrebbe ridimensionato, rendendo più difficile fotografare cosa accade nelle filiere a monte. Si torna ancora una volta al punto di partenza: ridurre la burocrazia può essere utile, ma se significa perdere trasparenza, allora l’impatto reale sulla sostenibilità rischia di essere minimo.

La sensazione di fondo è che l’Europa stia vivendo un bivio storico. Negli ultimi anni l’Unione si è presentata nel mondo come un laboratorio di politiche avanzate sul clima, sul rispetto del lavoro e sulla responsabilità d’impresa. Oggi invece sembra prevalere un clima di prudenza, alimentato da timori economici e dai cambiamenti dell’equilibrio politico. C’è chi vede questa fase come un aggiustamento necessario, capace di evitare che le imprese vivano gli obblighi normativi come un peso insostenibile. Ma molti temono che, riducendo gli obblighi, si riduca anche l’efficacia di quelle leggi che avrebbero potuto accompagnare l’Europa verso un modello più giusto e moderno.

Il negoziato del trilogo sarà quindi decisivo. Se prevarrà la logica della semplificazione a ogni costo, potremmo ritrovarci con direttive più leggere dal punto di vista amministrativo ma anche meno utili nel misurare e correggere l’impatto delle aziende. Se invece si troverà un equilibrio tra efficienza e responsabilità, l’Europa potrà continuare a essere un riferimento internazionale nella lotta alla crisi climatica e sociale.

 

In definitiva, le regole che verranno approvate nei prossimi mesi non cambieranno solo l’attività delle imprese. Disegneranno il modello di sviluppo che l’Unione vuole darsi nei prossimi decenni. La domanda fondamentale è quindi semplice ma decisiva: vogliamo un’Europa più veloce o un’Europa più giusta? E, soprattutto, siamo ancora convinti che le due cose possano andare insieme?

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