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01 Maggio 2026

Certificazioni e appalti pubblici. Tra qualificazione del mercato e rischio di restrizione della concorrenza

Certificazioni e appalti pubblici. Tra qualificazione del mercato e rischio di restrizione della concorrenza

Nel sistema dei contratti pubblici, il ricorso alle certificazioni ha assunto negli ultimi anni un ruolo sempre più centrale. Certificazioni di qualità, ambientali, energetiche, sociali, fino alla recente valorizzazione della certificazione di parità di genere, sono diventate strumenti attraverso cui le stazioni appaltanti cercano di orientare il mercato verso standard più elevati e coerenti con gli obiettivi di sostenibilità.

Si tratta di una tendenza comprensibile e, in larga parte, condivisibile.

Tuttavia, proprio questa crescente diffusione impone una riflessione sul loro corretto utilizzo, perché il confine tra qualificazione della domanda pubblica e restrizione indebita della concorrenza è più sottile di quanto spesso si immagini.

Il punto di partenza è noto. Il nuovo codice dei contratti pubblici non solo consente, ma in alcuni casi incoraggia l’integrazione di obiettivi ambientali e sociali nelle procedure di gara.

Le certificazioni rappresentano, in questo contesto, uno strumento apparentemente efficace per attestare il possesso di determinati standard. Esse offrono un vantaggio evidente alle amministrazioni, che possono fare affidamento su schemi già codificati e verificati da organismi terzi. Allo stesso tempo, forniscono agli operatori economici un linguaggio comune attraverso cui dimostrare la propria capacità organizzativa e il proprio impegno su specifici temi.

Il problema non risiede dunque nello strumento in sé, ma nel modo in cui viene utilizzato. Una prima criticità emerge quando le certificazioni vengono richieste come requisiti di partecipazione in modo automatico, senza una reale valutazione della loro pertinenza e proporzionalità rispetto all’oggetto dell’appalto. In questi casi, la certificazione smette di essere un mezzo per garantire la qualità della prestazione e diventa una barriera all’accesso, escludendo operatori che, pur non essendo certificati, potrebbero comunque dimostrare il possesso di capacità equivalenti. Il principio di massima partecipazione, che resta uno dei cardini del sistema, impone invece un approccio più attento e calibrato.

È proprio su questo terreno che si è sviluppata una parte significativa della giurisprudenza amministrativa che ha più volte richiamato le stazioni appaltanti alla necessità di distinguere tra requisiti essenziali e strumenti di prova. La certificazione, infatti, non può essere considerata un fine, ma un mezzo. Laddove l’obiettivo sia garantire un determinato livello di qualità o di sostenibilità, ciò che rileva è la sostanza della capacità richiesta, non la forma attraverso cui essa viene attestata. Da qui deriva l’obbligo, spesso disatteso nella prassi, di ammettere mezzi equivalenti di prova, soprattutto nei casi in cui la certificazione richiesta non sia strettamente necessaria o risulti sproporzionata.

Un ulteriore profilo problematico riguarda l’utilizzo delle certificazioni nei criteri di valutazione dell’offerta. In questo ambito, il ricorso a certificazioni può essere certamente legittimo e anzi funzionale a premiare operatori più virtuosi. Tuttavia, anche qui si pone una questione di equilibrio. Se il punteggio attribuito alle certificazioni è eccessivamente elevato, si rischia di alterare la competizione, trasformando un elemento accessorio in un fattore decisivo. In altri termini, la certificazione finisce per sostituire la valutazione sostanziale dell’offerta tecnica, con un effetto che può risultare distorsivo.

Il tema si intreccia poi con quello, sempre più rilevante, delle certificazioni in ambito ESG e, in particolare, con quelle legate alla sostenibilità ambientale e sociale. In questi casi, il rischio di un utilizzo “meccanico” è ancora più elevato, anche perché si tratta di ambiti in rapida evoluzione, in cui gli standard non sono sempre uniformi e le certificazioni disponibili sul mercato sono molteplici e non sempre comparabili. La tentazione di semplificare, richiedendo una determinata certificazione come condizione di accesso o come elemento premiale, può apparire comprensibile, ma rischia di comprimere la concorrenza e di escludere operatori innovativi che adottano soluzioni alternative non ancora certificate secondo schemi tradizionali.

Un approccio più consapevole richiede invece di spostare l’attenzione dalla certificazione in quanto tale al risultato che essa intende garantire. In questa prospettiva, le stazioni appaltanti dovrebbero interrogarsi, già in fase di progettazione della gara, su quale sia l’obiettivo concreto perseguito.  Ad esempio riduzione delle emissioni, miglioramento dell’efficienza energetica, garanzie di tracciabilità della filiera, tutela delle condizioni di lavoro.

Questo cambio di prospettiva consente anche di valorizzare maggiormente la fase esecutiva del contratto, che rappresenta il vero banco di prova della sostenibilità dichiarata in gara. Una certificazione posseduta al momento della partecipazione non garantisce, di per sé, che le prestazioni saranno effettivamente rese secondo gli standard attesi. Da qui l’esigenza di affiancare, alle eventuali certificazioni richieste, clausole contrattuali e meccanismi di verifica che consentano di monitorare il rispetto degli impegni assunti. In assenza di questo passaggio, il rischio è quello di costruire gare formalmente impeccabili ma sostanzialmente inefficaci.

In definitiva, le certificazioni rappresentano uno strumento prezioso, ma non neutro. Il loro utilizzo richiede una valutazione attenta e consapevole, capace di bilanciare l’esigenza di elevare la qualità delle prestazioni con quella di garantire un effettivo accesso al mercato. In un sistema sempre più orientato al risultato, la sfida non è moltiplicare le certificazioni, ma utilizzarle in modo coerente con gli obiettivi dell’appalto, evitando automatismi e privilegiando un approccio sostanziale. È in questo equilibrio che si gioca la capacità del procurement pubblico di essere, al tempo stesso, sostenibile e aperto.

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